La gita alla Fiera del libro di Torino è stata anche occasione di piacevoli incontri. L'ottimo - e oltremodo gentile - Marco Traferri, con delle ideone su audiolibri e podcasting, mi ha presentato Vittorio Pasteris e Luca Conti. E' stata una piacevole occasione per dare un volto a due nomi a me ben noti. Va bene la rete, ma gli incontri dal vivo ogni tanto fanno piacere.
Dopo diversi anni sono tornata ieri alla Fiera del Libro di Torino. Tutto sommato è un'esperienza che ogni tanto va fatta, anche se mi lascia sentimenti contrastanti. Da una parte è un appuntamento importante, pieno di eventi interessanti (ai quali però io non sono riuscita a partecipare per mancanza di tempo). Ci sono (quasi) tutte le case editrici italiane, piccole e grandi, ed è l'occasione per informarsi sulle novità da un punto di vista diverso da quello della libreria.
Viceversa, in quella confusione, in mezzo alla bolgia, è inevitabile chiedersi che senso abbia la partecipazione soprattutto di alcuni grandi editori, che organizzano solo delle smisurate mega-libreri, con tanto di solerti commessi, che hanno solo lo scopo di vendere. Non c'è "scambio" con il lettori.
Gli editori piccoli e medi invece li si vede nei loro stand (magari non tutto il tempo) in mezzo alla gente. Ieri ho visto Fazi, Laterza, Di Gennaro...
Insomma, una Fiera-libreria, nella quale primo scopo è vendere, mi pare abbia poco senso. Mi piace più l'idea di una Fiera-incontro, una fiera in cui il lettore possa dare un volto all'autore che apprezza e all'editore che stima per la scelta culturale che propone.
Mi ritrovo in quello che dice Luisa Carrada nel post "Proficue attese". O almeno, mi ritrovo nella parte in cui descrive gli "errori di metodo". Li faccio tutti. Solo che poi lei sembra aver trovato un equilibrio che a me ancora manca. Io riesco ad essere efficiente e persino creativa solo... quando ho "la pistola alla tempia" della scadenza imminente :-) Esce anche qualcosa di buono, alle volte, ma con grave danno della salute, sferzata da smisurate botte d'ansia. In ogni caso, proverò a seguire alcuni consigli, che mi sembrano preziosi.
Presentazione del libro ANSA 2007. Ero in gita di piacere, non per lavoro, e perciò mi sono goduta l'evento in modo rilassato, concedendomi meta-riflessioni sugli ospiti in palco, sulla platea di giornalisti e piú in generale sulla professione (giornalistica, appunto).
Il palco era moderato da un Bruno Vespa insolitamente brillante, anche grazie agli scherzi di Fiorello.
Quest'ultimo è arrivato in ritardo (ulteriore rispetto a quello con cui l'incontro era cominciato) ed è andato via dopo poco, il tempo di qualche battuta (divertente, ad esser sinceri). Di meravigliosa, soave maleducazione. Tra gli altri ospiti il migliore è stato senza dubbio Catricalà, ha detto cose sensate in modo persino brillante. E poi è stato grande nell'affondo finale al neo-direttore dell'ANSA Giampiero Gramaglia, uomo dagli stupefacenti calzini candidi, orgogliosamente rivendicati. Gli ha infatti sventolato a sorpresa sotto il naso il suo decalogo del buon giornalista ANSA, un insieme di norme di stile che, appena insediato - pare - ha propinato ai colleghi di agenzia. Voci molto ben informate mi assicuravano, solo qualche giorno fa, che la redazione non fatto salti di gioia nel ricevere le preziose perle di saggezza giornalistica.
Dulcis in fundo: la ministra Melandri. Per quanto abbia votato il centro-sinistra, per quanto mi sforzi di sostenere sempre e comunque l'impegno femminile in politica e nelle istituzioni, non riesco proprio a farmela piacere. :-(
Giovanna ha un aspetto più che gradevole, e non è neppure antipatica/spocchiosa. Ma si concia come la "nipote del parroco". E va bene, non è lo charme la prima dote che deve avere una Ministra e tutto sommato con il suo fisico può anche permettersi di non essere proprio cool.
Ma a una Ministra - questo sì - sarebbe richiesto di dire, almeno ogni tanto, qualche cosa di sensato sulle sue materie (tecnicamente deleghe). Alla presentazione del libro tutti si aspettavano che dicesse due-paroline-due sullo sport (che rappresenta una buona fetta dei contenuti del pregevole volume). E invece niente. Con aria furbetta, di chi ha in serbo un coup-de-theatre, brandisce fiera e provocatoria l'ormai famosa copertina del Times. E, quel che è peggio, comincia a parlare di internet.... Oddio!
Sono certa che in Consiglio dei Ministri riesce a fare pure la sua figuretta, parlando (a vanvera) di cose che gli altri sembrano ignorare serenamente...
Comunque - oggi sono buona - perlomeno lei se ne è accorta che esiste la rete e che un gran numero di giovani (e anche i meno giovani :-) la abita stabilmente. E' già qualcosa.
P.S. Le immagini di questo post non le ho scaricate, memorizzate, rubate... sono link, solo link.
Mi ero ripromessa di non usare questo spazio se non per tenere appunti su libri, film, teatro, viaggi e cose futili. Ora però ho cambiato idea. Questa mattina ho seguito la prima parte del convegno di Giornalismi possibili su "Il Web 2.0 e lo scenario italiano: a che punto siamo? Giornalismo diffuso, condivisione di saperi, progetti partecipativi: scenari e prospettive".
C'era un sacco di gente nota in rete. C'erano giornalisti un po' vecchia scuola e c'erano pure un sacco di giornalisti (e non) dell'era di internet. Interessante. Giacché c'è qui ci metto il filmato realizzato dal Lele Dainesi (finalmente incontrato in carne ed ossa):
Il resoconto non lo faccio, tanto qui c'è quello del gentilissimo (sono riuscita a connettermi solo grazie al suo prezioso intervento!) Alberto D'Ottavi
Io sono iscritta all'Ordine da diversi anni, ma non ho mai raggiunto un vero e profondo senso di appartenenza alla categoria. Anzi. Eppure non mi sento neanche tanto parte di quel "popolo della rete" che vorrebbe decretare la morte della professione giornalistica in nome delle nuove forme di espressione e di creazione dell'informazione "dal basso" che la tecnologia e la rete consentono. Boh!? Forse, come sempre, in medio stat virtus. E solo dalla contaminazione tra questi due mondi e dalla collaborazione potrà nascere un nuovo giornalismo, più puro, più etico, meno egocentrico.
Quello che non mi è chiaro, però, è come verranno retribuiti i "social journalist". Almeno in Italia, dove a quanto sembra non ci sono editori disposti a scommettere su modi nuovi di fare informazione.